Ho Un Serpente Nello Stivale

Arriviamo al punto cruciale dell’argomento. Tutto incominciò per poter apprendere e approfondire le conoscenze della rete, capirne i meccanismi. Adesso trovandomi nel dopo, con tre blog sulle spalle, ho dapprima eliminato il più inutile ed insulso nonsense blog della triade. Poi, avendo passato poco tempo in questa bottega, anche questa ha deciso di chiudere. Trascurata e lercia mi ha voltato le spalle, ammutinamento! Antiquariato e tappeti volanti in saldo chi vuole comprare si faccia avanti. Svenduto pure l’ultimo bullone non rimane più nulla oramai. Trasportate dalla corrente del mare in tempesta, web. Rimasugli di punti di vista continueranno ad essere visti. Questo blog rimane nelle mani del blog stesso, la bottega ha il potere, ora. Le premesse. Considerando che, nonostante il buonissimo servizio offerto da WordPress e un altrettanto soddisfaciente sistema di rappresentazione grafica abbastanza semplice ma un’affluenza mai eccelsa da permettere un duraturo impiego del blog, avendo trovato un’affinità elevata dopo tre tentativi con il sistema Blogger in quel blog adesso mio fisso, ho deciso di mantenerne solo uno, convogliare le energie solo su uno e rimanere meno impegnato su più dispersivi fronti. Quindi, se capitate per caso su questa pagina e volete proseguire nelle ricerche della vasta rete, oh pescatori, raggiungete il mio blog III e sarete benvenuti, anzi salutandovi subito:

The song of lunch – Niall MacCormick

Regia: Niall MacCormick
Soggetto: Christopher Reid
Durata: 47 minuti
Anno: 2010
Paese: Regno Unito
Cast: Alan Rickman, Emma Thompson

Consigliato da Indiana Jones (Alice).
La pausa pranzo. Un vissuto uomo lascia il proprio ufficio ansioso di incontrare l’ex compagna, in un ristorante

Il ristorante è una vecchia tana, anche se è da anni che non ci viene. “Zanzotti’s”, un italiano ortodosso di Soho. Chianti nel fiasco, grissini che si spezzano con uno starnuto di polvere, tovaglie di percalle rosso, coperte sulla diagonale con tovaglioli verdi.

Il cambiamento è dietro l’angolo, riesumare vicissitudini relative a quel periodo della sua vita in cui ogni esperienza era collegata alla sua donna, il cambiamento; ma è lui ad essere cambiato?

Ma Soho è cambiata. I negozi di alimentari specializzati spinti alla rovina, puttane cacciate dalle strade e un nuovo tipo di spazzatura in arrivo.

Il tempo è diventato arrogante e cattivo. Come può una persona rimanere al passo? Persino quel ristorante italiano risuscitato dal passato in una maschera rinnovata. L’impatto con la differenza, uno squarcio temporale permette di raffrontare due epoche distanti contenenti rispettivamente lui nei suoi ricordi e lui nel presente

Quanto tempo è passato? Cinque anni? Sei anni?
Dieci?
Quindici?
Che Dio ci aiuti.

Non c’è titolo più azzeccato per questo minifilm o megacortometraggio che non The Song of Lunch. Il narratore descrive ogni azione e riferimento emotivo di personaggi presi in esame nei loro buffi e strambi modi di apparire. Non mancano freddure umoristiche che rendono l’opera realmente completa nel rappresentare uno scorcio di vita. Lui e Lei i protagonisti. Il pranzo il protagonista.. oppure il suono, la musicalità. Un osservatore esterno al pianeta Terra potrebbe chiedersi chi si avvicina al pranzo, cosa può circondare il pranzo, quale il potere del pranzo nel consolidare rapporti; zoomiamo su quel tavolo e vediamo cosa quelle due persone adulte stanno vivendo. In un tempo passato i due si amavano e lui ama ancora lei tanto da sentire radicata in se la rabbia di non essersi tenuto stretto quello di cui ardentemente aveva bisogno. Lui invecchiato, solo, con il suo lavoro e il suo libro di scarso successo. Lei con una vita, completa. Grappino.

Strada a doppia corsia – Monte Hellman

Regia: Monte Hellman
Soggetto: Rudolph Wurlitzer, Will Corry
Durata: 102 minuti
Anno: 1971
Paese: Stati Uniti
Cast: James Taylor, Dennis Wilson, Laurie Bird, Warren Oates

Poche battute. Il rombo dei motori. Una macchina. La macchina.
Modello del 1950 di una Chevrolet 150 truccata e modificata da un giovane pilota e dal compagno meccanico, dei quali non viene mai pronunciato il nome in tutto il film. Inizia il viaggio verso est direzione costa americana inesplorata. Completamente al verde si procurano il necessario in gare clandestine locali scegliendosi accuratamente i polli da sfidare e stando bene attenti di non incappare nella polizia. Poco da aggiungere nella presentazione, presto si aggrega al duo una giovane autostoppista diretta anch’essa ad est. Altra variabile introdotta successivamente il GTO quarantenne reo sfidante dei due ragazzi: arrivare a Washington D.C. per primi potrebbe costare il libretto delle rispettive vetture. Il legame tra i quattro si consolida tra scherzi, gare e amori sfuggevoli.

Road movie di culto, meno famoso rispetto ad altre icone del genere colpevole anche uno scarso successo commerciale.
In questo si riassume un viaggio solitario di compagnia. Enormi spazi vuoti caratterizzano le pause della pellicola ed enormi spazi vuoti descrivono le miglia percorse sulla loro strada lunga e interminabile solo come quelle strade americane sanno essere… ma è una strada che conduce verso qualcosa? La meta un enorme spazio vuoto, la non-meta. Il vuoto. Proprio questo potrebbe rappresentare l’esistenza di molte persone senza obbiettivi e senza scopi.
Protagonisti insoliti sono due musicisti nel mondo reale, figure del periodo: James Taylor e Dennis Wilson. Un giovane capellone James Taylor che in quell’anno fece uscire il suo quarto album Mud Slide Slim and the Blue Horizon, contenente le ormai famosissime You’ve Got a Friend (scritta e suonata con Carole King) e l’altrettanto famosa You Can Close Your Eyes (da segnalarne una bella versione cantata con Carly Simon). Pilota del nostro viaggio ci conduce attraverso la vita di strada, non di quartiere da intendersi, ma quella delle stazioni di servizio e dei benzinai con le caratteristiche pompe di benzina tipiche dei film americani. Privata di ogni elemento “filmico”, la strada viene mostrata nella reale forma da viaggio solitario, con i suoi pregi e i suoi difetti.
La spedizione dei giovani non ha un senso particolare, significati nascosti potrebbero essere riscontrati osservando da un punto di vista satirico e grottesco quasi parodistico quello che normalmente vogliono simboleggiare i road movie con le loro ricerche e crisi esistenziali.
Per molti versi le pause del viaggio richiamano il famoso Easy Rider, degli strepitosi Dennis Hopper e Peter Fonda, uscito nelle sale due anni prima questo e rimasto fino ai giorni d’oggi un road movie di culto. Per altri versi si potrebbero riscontrare elementi della pellicola tv Duel, uscita lo stesso anno e diretta da uno Steven Spielberg alle prime armi.
Il socio compagno di viaggio con ruolo di meccanico viene interpretato da un’altra icona musicale degli anni settanta, Dennis Wilson batterista del gruppo californiano Beach Boys (morto nel 1983). Il suo compito si districa nell’assettare il motore per migliorarne l’efficieza e nel supportare nella derivosa strada americana il collega. Poche parole e pochi litigi tra i due a evidenziarne il forte legame di amicizia che li lega.
Ad aumentare il numero di anti-protagonisti il propretario di una Pontiac GTO (Warren Oates) che si aggrega al trio (formato dai due ragazzi e da una giovane autostoppista) per poter vincerne la macchina una volta arrivati a Washington D.C..
Poi c’è la ragazza (Laurie Bird), salita sulla sacra vettura da corsa in un punto di ristoro, si dimostra essere in perfetta sintonia con il gruppo; la totale assenza delinea ogni personaggio del film, in qualsiasi tratto si voglia riscontrarne un segno.
Le stazioni di servizio sono un punto di riferimento. Costante sono le gare a doppia corsia per la sfida tra due automobili.
Super cult. C’è James Taylor!