Ho Un Serpente Nello Stivale

Arriviamo al punto cruciale dell’argomento. Tutto incominciò per poter apprendere e approfondire le conoscenze della rete, capirne i meccanismi. Adesso trovandomi nel dopo, con tre blog sulle spalle, ho dapprima eliminato il più inutile ed insulso nonsense blog della triade. Poi, avendo passato poco tempo in questa bottega, anche questa ha deciso di chiudere. Trascurata e lercia mi ha voltato le spalle, ammutinamento! Antiquariato e tappeti volanti in saldo chi vuole comprare si faccia avanti. Svenduto pure l’ultimo bullone non rimane più nulla oramai. Trasportate dalla corrente del mare in tempesta, web. Rimasugli di punti di vista continueranno ad essere visti. Questo blog rimane nelle mani del blog stesso, la bottega ha il potere, ora. Le premesse. Considerando che, nonostante il buonissimo servizio offerto da WordPress e un altrettanto soddisfaciente sistema di rappresentazione grafica abbastanza semplice ma un’affluenza mai eccelsa da permettere un duraturo impiego del blog, avendo trovato un’affinità elevata dopo tre tentativi con il sistema Blogger in quel blog adesso mio fisso, ho deciso di mantenerne solo uno, convogliare le energie solo su uno e rimanere meno impegnato su più dispersivi fronti. Quindi, se capitate per caso su questa pagina e volete proseguire nelle ricerche della vasta rete, oh pescatori, raggiungete il mio blog III e sarete benvenuti, anzi salutandovi subito:

The song of lunch – Niall MacCormick

Regia: Niall MacCormick
Soggetto: Christopher Reid
Durata: 47 minuti
Anno: 2010
Paese: Regno Unito
Cast: Alan Rickman, Emma Thompson

Consigliato da Indiana Jones (Alice).
La pausa pranzo. Un vissuto uomo lascia il proprio ufficio ansioso di incontrare l’ex compagna, in un ristorante

Il ristorante è una vecchia tana, anche se è da anni che non ci viene. “Zanzotti’s”, un italiano ortodosso di Soho. Chianti nel fiasco, grissini che si spezzano con uno starnuto di polvere, tovaglie di percalle rosso, coperte sulla diagonale con tovaglioli verdi.

Il cambiamento è dietro l’angolo, riesumare vicissitudini relative a quel periodo della sua vita in cui ogni esperienza era collegata alla sua donna, il cambiamento; ma è lui ad essere cambiato?

Ma Soho è cambiata. I negozi di alimentari specializzati spinti alla rovina, puttane cacciate dalle strade e un nuovo tipo di spazzatura in arrivo.

Il tempo è diventato arrogante e cattivo. Come può una persona rimanere al passo? Persino quel ristorante italiano risuscitato dal passato in una maschera rinnovata. L’impatto con la differenza, uno squarcio temporale permette di raffrontare due epoche distanti contenenti rispettivamente lui nei suoi ricordi e lui nel presente

Quanto tempo è passato? Cinque anni? Sei anni?
Dieci?
Quindici?
Che Dio ci aiuti.

Non c’è titolo più azzeccato per questo minifilm o megacortometraggio che non The Song of Lunch. Il narratore descrive ogni azione e riferimento emotivo di personaggi presi in esame nei loro buffi e strambi modi di apparire. Non mancano freddure umoristiche che rendono l’opera realmente completa nel rappresentare uno scorcio di vita. Lui e Lei i protagonisti. Il pranzo il protagonista.. oppure il suono, la musicalità. Un osservatore esterno al pianeta Terra potrebbe chiedersi chi si avvicina al pranzo, cosa può circondare il pranzo, quale il potere del pranzo nel consolidare rapporti; zoomiamo su quel tavolo e vediamo cosa quelle due persone adulte stanno vivendo. In un tempo passato i due si amavano e lui ama ancora lei tanto da sentire radicata in se la rabbia di non essersi tenuto stretto quello di cui ardentemente aveva bisogno. Lui invecchiato, solo, con il suo lavoro e il suo libro di scarso successo. Lei con una vita, completa. Grappino.

Strada a doppia corsia – Monte Hellman

Regia: Monte Hellman
Soggetto: Rudolph Wurlitzer, Will Corry
Durata: 102 minuti
Anno: 1971
Paese: Stati Uniti
Cast: James Taylor, Dennis Wilson, Laurie Bird, Warren Oates

Poche battute. Il rombo dei motori. Una macchina. La macchina.
Modello del 1950 di una Chevrolet 150 truccata e modificata da un giovane pilota e dal compagno meccanico, dei quali non viene mai pronunciato il nome in tutto il film. Inizia il viaggio verso est direzione costa americana inesplorata. Completamente al verde si procurano il necessario in gare clandestine locali scegliendosi accuratamente i polli da sfidare e stando bene attenti di non incappare nella polizia. Poco da aggiungere nella presentazione, presto si aggrega al duo una giovane autostoppista diretta anch’essa ad est. Altra variabile introdotta successivamente il GTO quarantenne reo sfidante dei due ragazzi: arrivare a Washington D.C. per primi potrebbe costare il libretto delle rispettive vetture. Il legame tra i quattro si consolida tra scherzi, gare e amori sfuggevoli.

Road movie di culto, meno famoso rispetto ad altre icone del genere colpevole anche uno scarso successo commerciale.
In questo si riassume un viaggio solitario di compagnia. Enormi spazi vuoti caratterizzano le pause della pellicola ed enormi spazi vuoti descrivono le miglia percorse sulla loro strada lunga e interminabile solo come quelle strade americane sanno essere… ma è una strada che conduce verso qualcosa? La meta un enorme spazio vuoto, la non-meta. Il vuoto. Proprio questo potrebbe rappresentare l’esistenza di molte persone senza obbiettivi e senza scopi.
Protagonisti insoliti sono due musicisti nel mondo reale, figure del periodo: James Taylor e Dennis Wilson. Un giovane capellone James Taylor che in quell’anno fece uscire il suo quarto album Mud Slide Slim and the Blue Horizon, contenente le ormai famosissime You’ve Got a Friend (scritta e suonata con Carole King) e l’altrettanto famosa You Can Close Your Eyes (da segnalarne una bella versione cantata con Carly Simon). Pilota del nostro viaggio ci conduce attraverso la vita di strada, non di quartiere da intendersi, ma quella delle stazioni di servizio e dei benzinai con le caratteristiche pompe di benzina tipiche dei film americani. Privata di ogni elemento “filmico”, la strada viene mostrata nella reale forma da viaggio solitario, con i suoi pregi e i suoi difetti.
La spedizione dei giovani non ha un senso particolare, significati nascosti potrebbero essere riscontrati osservando da un punto di vista satirico e grottesco quasi parodistico quello che normalmente vogliono simboleggiare i road movie con le loro ricerche e crisi esistenziali.
Per molti versi le pause del viaggio richiamano il famoso Easy Rider, degli strepitosi Dennis Hopper e Peter Fonda, uscito nelle sale due anni prima questo e rimasto fino ai giorni d’oggi un road movie di culto. Per altri versi si potrebbero riscontrare elementi della pellicola tv Duel, uscita lo stesso anno e diretta da uno Steven Spielberg alle prime armi.
Il socio compagno di viaggio con ruolo di meccanico viene interpretato da un’altra icona musicale degli anni settanta, Dennis Wilson batterista del gruppo californiano Beach Boys (morto nel 1983). Il suo compito si districa nell’assettare il motore per migliorarne l’efficieza e nel supportare nella derivosa strada americana il collega. Poche parole e pochi litigi tra i due a evidenziarne il forte legame di amicizia che li lega.
Ad aumentare il numero di anti-protagonisti il propretario di una Pontiac GTO (Warren Oates) che si aggrega al trio (formato dai due ragazzi e da una giovane autostoppista) per poter vincerne la macchina una volta arrivati a Washington D.C..
Poi c’è la ragazza (Laurie Bird), salita sulla sacra vettura da corsa in un punto di ristoro, si dimostra essere in perfetta sintonia con il gruppo; la totale assenza delinea ogni personaggio del film, in qualsiasi tratto si voglia riscontrarne un segno.
Le stazioni di servizio sono un punto di riferimento. Costante sono le gare a doppia corsia per la sfida tra due automobili.
Super cult. C’è James Taylor!

RoboCop – Paul Verhoeven

Regia: Paul Verhoeven
Sceneggiatura: Michael Miner, Edward Neumeier
Durata: 103 minuti
Anno: 1987
Paese: Stati Uniti
Cast: Peter Weller, Nancy Allen, Miguel Ferrer, Dan O’Herlihy, Ronny Cox, Kurtwood Smith, Ray Wise



























Robot di tutto il mondo, unitevi!
La corporazione OCP (Omni Consumer Product – curiosità: viene tradotta umoristicamente da un poliziotto come “Oppressive Capitalist Pigs”) con lo scopo di risollevare una Detroit futuristica dal crollo finanziario si propone come organismo amministrativo di sviluppo, rilevando il comando di polizia per affidarlo alle macchine e sviluppando un progetto di sviluppo economico per trasformare la città in una megalopoli. Nel frattempo aumentano crimini e azioni vandaliche quando ormai le forze di polizia manifestano e scioperano per dei diritti non più riconosciuti.
Tra gli agenti c’è Murphy, appena arrivato in città che subito deve inseguire una banda criminale implicata in una rapina. A fargli da spalla è la collega Anne Lewis. I due si recano in una acciaieria alle calcagna dei malfattori e senza rinforzi decidono di agire alla svelta. Ma per la dura Legge di Murphy appunto, se qualcosa può andar male, lo farà. Il resto della storia più o meno lo conoscono tutti.
Trama e personaggio difficili da dirigere e difficile trovare qualcuno disposto a farne una trasposizione cinematrogafica capace al suo compimento di passare alla storia se non altro per personaggi simbolo e azzeccati. Della poliziotta Anne Lewis, interpretata dall’attrice Nancy Allen, a distanza di anni avevo ancora, nonostante non l’abbia vista in altri film nel frattempo, stampata in testa la faccia e i modi di fare. Temeraria e fondamentale nel fare breccia in una coscienza sepolta nei circuiti cibernetici dell’uomo-macchina. Spalla perfetta in una ipotetica situazione poliziesca, perdonabile l’errore fatale(umano) a inizio avventura.
Il corrotto dipendente anziano (Ronny Cox) vicepresidente della corporazione viene impersonato abbastanza bene in una figura stereotipata del solito nonno con anni di esperienza che ha le mani dappertutto e quindi il controllo su qualsiasi settore, naturalmente lavora sporco all’ombra del direttore generale. Il suo progetto prevede l’introduzione di un prototipo di robot ED209 rozzo nei movimenti e pericoloso che poi si scopre pure poco controllabile.
Poi c’è il giovane e inesperto (Miguel Ferrer), rappresentato a sprazzi come figura umile, ma assetato di successo e disposto a sopraffare le debolezze dei colleghi per poter affiorare e trarne beneficio. Propone il modello bionico Robocop in seguito ai primi inconvenienti causati dalla macchina introdotta prima. Viene fatto un perfetto ritratto di lui all’apice del successo, in una villa tra donne e droga.
Peter Weller indimenticabile per quel poco che viene mostrato del suo volto, colpevole una celante calotta metallica e armatura da super-poliziotto. Il cyborg da lui impersonato viene programmato secondo le Tre leggi della robotica di Isaac Asimov, diretta variazione di queste almeno. Memoria cancellata il suo cervello funge da Hard Disk. Riamangono caratteristiche però alcune attitudini del personaggio umano residuo, come la frase simbolo (“vivo o morto tu verrai con me”) e il gesto altrettanto particolare di riporre la pistola nella fondina (dal protagonista di un telefilm amato dal figlio). I primi segnali dal passato rimbalzano come una pallina di gomma in una stanza vuota fino a quando non viene toccata la prima avvisaglia di ricordo. Ecco il momento temunto, il sogno del robot. Robocop sogna l’attimo in cui guarda i suoi assassini e questi gli scaricano addosso interi caricatori. Al risveglio inizia a ricordare la famiglia, torna nella casa dove aveva vissuto e da qui ogni immagine comincia a prendere un significato più rilevante inducendo la macchina a fare emergere il lato più umano.

Tecnica all’avanguardia per l’epoca fu il go-motion che permetteva di animare un modello ridotto di robot per fotogrammi, come nello stop motion ma invece di realizzare fotogrammi di fermo in sequenza, venivano mossi al computer i singoli fotogrammi per rendere i movimenti più fluidi e non scattosi, per poi inserirli nella sequenza. Risultato effetti speciali molto vividi. Poi questa tecnica fu abbandonata e poco utilizzata nell’ambiente cinematografico anche per colpa di un computer-editing più completo introdotto nella quasi totalità delle pellicole a tema già nella seconda metà del ’90.
Colonna sonora particolare capace di tenere accesi gli animi nelle fasi di azione. Inoltre la pellicola vinse l’oscar come miglior montaggio sonoro.
Mi hanno colpito molto gli effetti dedicati ai combattimenti con le armi da fuoco, immagini di ferite e sangue in abbondanza; un buon livello di violenza per essere una pellicola molto amata dai più piccoli, o forse amata proprio per questo. Da considerare anche che ottenne un X rating nel 1987.
Passiamo alla considerazione di questa pellicola. Sicuramente è un film simbolo di quegli anni e Robocop è stata un’icona nell’infanzia di molti. Ricordo i modellini giocattolo collezionati dalla maggior parte dei maschietti, indice dell’enorme successo riscosso tanto da poterne trarre due sequel e varie serie televisive.

Super 8 – J. J. Abrams

Regia: J. J. Abrams
Sceneggiatura: J. J. Abrams
Soggetto: J. J. Abrams
Durata: 112 minuti
Anno: 2011
Paese: Stati Uniti
Cast: Joel Courtney, Elle Fanning, Ryan Lee, Gabriel Basso, Riley Griffiths, Ron Eldard, Kyle Chandler, Noah Emmerich, Bruce Greenwood, David Gallagher

Trailer: Super 8 – Full Trailer Ufficiale


Super 8 millimetri è un formato cinematografico di pellicole per la registrazione video introdotto nel 1965 dalla Kodak. Ed è proprio questo formato quello che viene caricato nella piccola cinepresa amatoriale dalla compagnia di giovani ragazzi della contea di Lillian, nell’Ohio. La cinepresa deve registrare delle sequenze, poche, un mediometraggio di una piccolissima produzione casalinga: un dialogo tra due innamorati sul punto di separarsi, l’incombente rivolta degli zombie e un ampio spazio di margine al valore aggiuntivo che potrebbero portare elementi validi estranei al programma (“valore di produzione” viene chiamato). Il tutto allo scopo di partecipare e vincere un festival locale di cinema horror. Trucco, fotografia e sonoro tutto minuziosamente organizzato e auto-finanziato, aggiungendo pure attori dilettanti presi tra i ragazzi di quartiere. Basterebbe questo per descrivere la trama del film, perché il resto non voglio e non deve essere svelato, per non rovinarne la visione e la sorpresa. Mi sento però di dover sottolineare come sia messo in risalto il sorprendente stato sensitivo del cane, in quanto animale migliore amico dell’uomo, e la capacità dell’essere umano di non cogliere quei segnali che la natura vuole mandarci. Punto.

Confrontarsi con avventure preadolescenziali di scoperta indagine e sperimentazione porta quasi sempre ricordi nostalgici di esperienze vissute e immancabilmente risate liberatorie a pieno cuore. Questa è l’esperienza avventurosa che avrei sempre voluto vivere. L’avventura che avrei sempre voluto fare in quei periodi estivi di pausa da un anno all’altro delle scuole medie. Forse è proprio il raffrontare la mia realtà con quella della pellicola che mi ha portato ad immaginarmi come uno dei ragazzi presenti nella troupe amatoriale protagonista della storia. Forse sono state le tentate esperienze da regista dilettante ad avermi fatto ridere di gusto nel vederli percorrere le mie stesse imprese inconcludenti.
Detto questo non posso che dire di essere stato totalmente rapito dalle immagini della prima abbondante mezz’ora di film e aver trovato forse per la prima volta delle sequenze di effetti speciali, realizzate da una grande produzione, azzeccate, ben fatte e strabilianti. Il fascino dell’anno 1979 è tutto esplicato dalla bellezza dei vestiti, dalla tecnologia (i primissimi Walkman, lettori di musicassette portatili… la radio nelle orecchie) e dalle canzoni simbolo di quel periodo. Poi vengono degli attori bravissimi e giovanissimi che nell’interpretare la loro parte nella parte si sono rivelati così umani e veri da sembrare reali. Complimenti, avranno futuro. Il fiction-film nel film è altrettanto divertente ed avvincente.
La fotografia, i personaggi e tutto quanto non possono non essere collegati a quel nome che spicca tra i produttori. Furono proprio i suoi film a dare un connotato fascinoso a quell’epoca che con Incontri ravvicinati del terzo tipo ha segnato in maniera indelebile quella fantascienza “terrestre” di contatto tra uomo e alieno. Per passare poi alla storia di “amici extraterrestri” della pellicola E.T. l’extra-terrestre, anche se di qualche anno dopo, che con quella pedalata davanti alla luna fa venire la pelle d’oca ad ogni visione.
Le citazioni a questi film erano inevitabili e proprio per questo la pellicola risulta tanto ben impostata da gridare al capolavoro. Almeno nei primi 45 minuti nei quali succede tutto e quel tutto è davvero ben fatto. Poi si può anche non parlare delle successive sequenze di sviluppo, che nonostante io non le abbia trovate altrettanto efficaci, sono comunque una degna prosecuzione con non pochi elementi da considerarsi palpabili bersagli della critica. Ma non voglio e non saprei fare personalmente critiche distruttive a ciò che ho trovato piacevole, anzi sarei un ipocrita nel farle.
La mitologia lostiana si sente tirata in causa dalla colonna sonora capace di far rizzare i peli sulle braccia proprio come nella serie tv. Attori che per conformazione fisica richiamano quell’azzeccata operazione di casting che fu effettuata per la serie.
Ammirabile la rappresentazione della forza dei rapporti umani, sia nel fare del male, sia nel fare dell’unione la peculiare capacità di risolvere le indecisioni. Con la giusta cautela e risolutezza viene affrontato il tema della morte, vengono messe in risalto alcune fasi dell’elaborazione del lutto, in particolare l’accettazione che considero forse quella più difficile e risolutiva.
Insomma un tutto ben predisposto che il colpo non poteva fare cilecca, almeno nel sottoscritto. Film che si gode e che si applaude. Sono rimasto soddisfatto, pur non considerandomi un cultore delle grosse produzioni americane ad alti investimenti e delle trovate propagandistiche virali, riconosco ed accetto un prodotto capace di stupire e incuriosire. Visione gratificante e tanta nostalgia.

Harvie Krumpet – Adam Elliot

Regia: Adam Elliot
Sceneggiatura: Adam Elliot
Durata: 22 minuti
Anno: 2003
Paese: Australia
Cast: Geoffrey Rush (voce)

Questo cortometraggio narra la vita dello sfortunato Harvie Krumpet nato in Polonia sotto il nome di Harvek Milos Krumpetzki nel 1922 e trasferitosi in Australia durante l’invasione nazista della seconda guerra mondiale.
La sua vita viene caratterizzata da una serie di sfortunose circostanze… dalla Sindrome di Tourette che gli impedisce di mantenere un lavoro per un periodo prolungato di tempo e un rapporto sociale “normale” con qualsiasi persona; al cancro al testicolo che lo porta quindi alla sterilità; alla placca metallica nel cranio che si magnetizza dopo essere stato colpito da un fulmine…
Però sembrerà strano ma in lui non domina la tristezza, anzi la sua peculiare capacità di rimediare e il suo formidabile stato di ottimismo gli permettono di godersi una dignitosa esistenza. Chi ha visto Mary and Max sa bene che nei lavori di Adam Elliot la storia triste viene sdrammatizzata dalla comicità e ironia della realtà, gli elementi riflessivi si alternano con la giusta tempistica agli elementi commoventi, senza mai escludere quell’auto-ironia tanto importante per superare ogni difficoltà.

Il nostro Harvek riesce ad uscire da un continuo stato depressivo e cambiare la sua vita in maniera radicale dopo aver sentito la statua del poeta romano Orazio in un parco dire “Carpe diem” ( e coglierà l’attimo, difendendo i diritti degli animali ed eponendo la propria nudità). Ci sono forti segnali di reazione, si sposa con un’infermiera conosciuta in seguito all’asportazione del cancro al testicolo e insieme adottano una bambina senza braccia ( che diventerà poi avvocato e si trasferirà in America a difendere i diritti dei disabili). Il suo “Carpe diem” funziona sempre e gli dà la forza di ricominciare nonostante tutte le avversità, mostrando un invidiabile ottimismo.
L’intero corto è realizzato con la tecnica dello stop-motion, reso ormai celebre dal famoso Wallace e Gromit prima e Nightmare Before Christmas dopo, nell’animazione; la voce narrante è del grande Geoffrey Rush, premio Oscar nel 1997 per la sua interpretazione in Shine di Scott Hicks. Da segnalare anche un’ottima colonna sonora e in particolare una delle scene di delirio musicale nel finale.
Scritto, diretto e animato da Adam Elliot, questo corto vinse l’Oscar al miglior cortometraggio d’animazione nel 2003.

L’educazione ricevuta dal protagonista si imposta sui fatti (polonizzata in fakt dall’inglese fact), assiomi fondamentali della vita, annotati in un taccuino appeso al collo e conservato per tutta la sua vita:

Fatto n. 268: al mondo i polli sono tre volte gli esseri umani.

Fatto n. 698: nella sua vita, una persona usa in media 19 miglia di filo interdentale.

Fatto n. 1034: la vita e’ come una sigaretta. Fumala fino al filtro.

…e forse il più importante di tutti:

Fatto n. 48: i fatti continuano ad esistere anche se sono ignorati.

Un’Altra Giovinezza – Francis Ford Coppola

Regia: Francis Ford Coppola
Sceneggiatura: Francis Ford Coppola
Soggetto: Youth Without Youth di Mircea Eliade
Durata: 124 minuti
Anno: 2007
Paese: Romania, Germania, Francia, Italia, Stati Uniti
Cast: Tim Roth, Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, Marcel Iureş, Matt Damon

Il settantenne studioso di lingue antiche Dominic, interpretato magistralmente da Tim Roth, anzi da Tim “Mr. Orange” Roth,
viene colpito da un fulmine quando ormai ossessionato dai suoi pensieri aveva deciso di togliersi la vita.
Siamo nel 1938, Romania.
La scarica elettrica però non lo uccide ma anzi dopo un periodo di convalescenza si scopre ringiovanito ( ricorda molto Il curioso caso di Benjamin Button di F.Scott Fitzgerald, solo che qui l’età non progredisce con lo scorrere del tempo ma in maniera netta).
Una doppia personalità prende il sopravvento in lui e la distinzione tra sogno e realtà risulta non essere più tanto “lampante”. Diventato il suo un caso clinico di interesse nazionale, giunge all’orecchio dei nazisti; durante il periodo di militanza del regime nazista, dottori e ricercatori del Terzo Reich sperimentarono nuove tecniche al fine di realizzare un prototipo di superuomo con doti mentali e fisiche amplificate.
Dalla Romania si ritrova quindi costretto a fuggire verso la neutrale Svizzera.
Qui incontra una reincarnazione della sua defunta amante appartenente ad una passata “prima” giovinezza. La personalità di questa donna (Veronica) risulta essere connessa attraverso un legame intrinseco ad uno spirito indiano di quattordici secoli antecedente. Il doppio della donna raffigura una determinata contestazione storica e con il passare delle settimane progredisce in raffigurazioni di civiltà sempre più antiche. Questo consente a Dominic di concludere un difficoltoso lavoro sulle origini delle lingue e della loro relazione con il tempo che mai riuscì portare a termine nel corso della sua lunga vita.
Passato il periodo della guerra mondiale , di quella del Vietnam e lo sbarco sulla luna, con il ritorno in Romania si procede verso la fine del mistero che avvolge l’intera sua esistenza.

Il giocattolo che si cerca di mettere insieme presenta parti di difficile innesto, ma F.F.Coppola riesce tutto sommato nel suo intento. Nell’ultimo decennio la psicopatologia schizofrenica ha avuto un ruolo di rilievo nel cinema, un impatto e un fascino che non poteva non coinvolgere mastro Coppola, il quale ci offre un punto di vista sull’argomento di imprescindibile valore. La sceneggiatura scritta da lui stesso si basa sul libro dello scrittore Mircea Eliade (storico delle religioni) e in taluni casi risulta essere arguta e di difficile comprensione se non gli si dedica la giusta attenzione. Ne risulta un film complesso e molto profondo non certo adatto ad una visione spensierata e leggera ma che anzi richiede uno sforzo da dedicare non controvoglia.
Gli argomenti trattati sono di spessore e richiedono qualche giro di rotelle mentali di troppo per poter ricavarne una propria opinione plausibile in accordo con quello che viene proposto. Per dimostrarci che il tempo è mera illusione arriva a toccare il tema della possessione, o presunta tale se ancora così può essere chiamata quando, esattamente come nel film Stati di allucinazione (di Ken Russell con William Hurt protagonista), non è qualcosa di esterno che si impossessa del corpo ma qualcosa di già presente nel DNA che riaffiora permettendo a più civiltà collocate in punti differenti dell’asse temporale di venire a contatto in un’unica manifestazione. Si potrebbe quindi parlare di reincarnazione o incarnazione (viene fatto riferimento alla metempsicosi, trasmigrazione di un’anima immortale) toccando temi religiosi che da secoli vengono studiati ed elaborati in dottrine caratteristiche del Buddhismo. Quale metodo migliore dell’onirico e finzione per dimostrare che il tempo è un’illusione. L’interrogativo che viene posto nel film è : Cosa ne facciamo quindi del nostro tempo? Se è un’illusone…